C'è un ex funzionario delle Stato che per aver avvertito il governo e le Dogane del pericolo di mascherine cinesi contraffatte e dannose è stato vittima di mobbing certificato dal tribunale del Lavoro, è stato minacciato malamente dai suoi superiori e pesantemente da due estranei - c'è un'inchiesta aperta a Roma di cui ha dato conto il Giornale - e ha subito un'ingiusta decurtazione di stipendio, pensione e Tfr prontamente cancellata con una sentenza che ha condannato lo Stato alla "soccombenza virtuale" per questo errore bocciato anche dall'Avvocatura di Stato.
La sua testimonianza in commissione Covid ha messo a nudo diverse questioni relative allo sdoganamento delle mascherine farlocche, passate grazie a una interpretazione lasca del decreto Cura Italia. Di fronte a un whistleblower che ha sacrificato affetti e lavoro per una verità scomoda (mentre l'Anac che ha fatto spallucce) in commissione Covid ci si sarebbe dovuto aspettare un atteggiamento di rispetto e deferenza. Invece la sinistra ha tentato in tutti i modi di screditarne la reputazione e il lavoro (destino toccato anche ad altri auditi, come il maggiore Gdf Eugenio Marmorale, colpevole di aver scoperto i traffici di mascherine e le commesse milionarie) attraverso illazioni, allusioni e dichiarazioni improvvide. Non è bastata la vigilanza del presidente della commissione Covid Marco Lisei a scongiurare questo atteggiamento, più volte ribadito. I più agguerriti sono i grillini come Alfonso Colucci, movimento politico per il quale Martina in passato ha dimostrato simpatie. Ma soprattutto i dem Francesco Boccia e Ylenia Zambito.
Prima di finire in un cono d'ombra, con gli accessi negati e in smart working, Martina ha lavorato a un'inchiesta che ha consentito all'Erario di incassare milioni di euro di Iva e imposte aggirate, lo scandalo Petroli. In quella vicenda sarebbe stato avvicinato da imprenditori spregiudicati che gli avrebbero offerto 5 milioni di euro, eppure ha resistito e li ha fatti arrestare. Eppure la Zambito e Boccia hanno insinuato che, in quella indagine, Martina si fosse comportato come un Pasquale Striano qualsiasi, collezionando accessi abusivi.
All'ex funzionario avevano anche contestato condotte disciplinari finite in un nulla, mettendo addirittura in discussione la scelta dei suoi legali nel procedimento aperto dall'ex Dg delle Dogane Marcello Minenna, che ci ha scritto per precisare: "Sia dinanzi all'autorità giudiziaria penale, sia davanti alla Commissione Covid è stata dimostrata la piena legittimità della mia gestione. Mi sono sempre comportato con correttezza nei confronti dei miei collaboratori. Con sentenza passata in giudicato, il giudice penale ha accertato l'assenza di qualsiasi condotta lesiva nei confronti di Miguel Martina, escludendo inoltre qualunque interferenza con presunte indagini sulle mascherine nel periodo pandemico", e di questo prendiamo atto anche se ci risulta diversamente.
Quando Minenna è intervenuto in commissione Covid nei giorni scorsi era accompagnato da uno dei suoi legali, che difende anche uno dei soggetti su cui Martina indagava quando lavorava alle Dogane. Un mini conflitto d'interessi passato sotto silenzio, di cui Pd e M5s così attenti a valutare le scelte difensive dell'ex funzionario che ha scoperto lo scandalo mascherine non si sono neanche accorti.