Sapeva di football come pochi, direi nessuno ascoltando certi sfacciati docenti contemporanei. Mircea Lucescu se ne è andato a ottant'anni, un infarto gli ha chiuso una vita bellissima, piena di viaggi, di pallone, di olio canforato e tacchetti di legno, il calcio di un tempo finito, lontano come erano i suoi racconti, con quella faccia anche buffa, quasi si accartocciava come di gomma, mentre narrava pensieroso e si divertiva assieme, parlando in italiano e inglese, spagnolo e francese, portoghese e russo, oltre a quella della sua terra di origine, la Romania. Era di Bucarest, la Romania di Ceausescu di cui lui non amava accennare e quindi discutere, non certamente per codardia ideologica.
Ha vinto 37 titoli in quattro paesi e otto squadre, mai ha spacciato i trionfi per vanagloria mai dimenticando i giorni duri che odoravano di cavolo bollito, così diceva ridendo, giocatore e allenatore in contemporanea con il Corvinul Hunedoara, da attaccante segnò 57 gol, un'impresa incredibile, terzo in campionato e un posto nella coppa Uefa che fu. Carriera precoce, la Dinamo di Bucarest e il fenomeno nazionale, non c'era soltanto l'allenamento, voleva che i suoi calciatori leggessero libri e li portava a teatro, quello dell'assurdo di Eugene Ionesco era un obbligo da contratto. Alla vigilia di Italia 90 l'arrivo in Italia, il paese che aveva fatto fuori nelle qualificazioni all'europeo di Francia. Quel sulfureo arrochito di Romeo Anconetani gli cuce il ruolo di direttore tecnico al Pisa, la squadra retrocede ma il presidente ha capito che Mircea non c'entrava nulla o poco con il nostro football, lo aveva fatto fuori prima dell'epilogo in B. Da Anconetani a Gino Corioni, un attimo, stessa razza, stesso carattere vulcanico, il Brescia risale in serie A e Lucescu è il Mago, la squadra parla rumeno, ci sono Raducioiu, Sabau e soprattutto e tutti sua maestà Gheorghe Hagi, non è tutta gloria, la B e poi di nuovo la promozione, non sempre è festa, esonero a Brescia e poi alla Reggiana prima del ritorno in patria al Rapid.
Il romantico Massimo Moratti lo vuole all'Inter al posto di Simoni ma è una stagione di pazzie nerazzurre, Mircea resiste tre mesi, il tempo di concedere il posto a Giaguaro Castellini e poi ai sigari Montecristo di Roy Hodgson, l'Inter scivola all'ottavo posto ma Mircea ha lasciato ricordi garbati. Il Mago va in Turchia e guida Gala e Besiktas ma poi c'è l'Ucraina e qui il suo lavoro trova le gioie migliori, dodici anni in un paese che non conosce ancora il futuro tragico ma proprio quando arriva Mircea Lucescu rivela il suo animo puro, non scappa, non fugge, va alla Dinamo Kiev e, la data è il 22 luglio del 22, vince a Istanbul 2 a 1 sul Fenerbahce, i tifosi ignoranti inneggiano a Putin, Mircea non si presenta in sala stampa, il suo silenzio vale più di qualunque parola. Lo stesso silenzio di queste malinconiche ore d'addio.