Donald Trump potrebbe dare il disco verde a un attacco contro l’Iran già questo fine settimana, mentre il capo dell’esercito di Teheran, Amir Hatami, mette in guardia Stati Uniti e Israele contro un attacco, affermando che le forze armate sono in stato di massima allerta.
Il blitz potrebbe iniziare già oggi se Washington decidesse di procedere, fanno sapere alti funzionari militari Usa informando la leadership di un alleato chiave in Medio Oriente. E come spiega al sito indipendente Drop Site News un ex alto funzionario dell’intelligence statunitense che collabora con i governi arabi, ed è un consigliere informale dell’attuale amministrazione sulla politica mediorientale, «non si tratta di armi nucleari o del programma missilistico. Si tratta di un cambio di regime». La fonte sottolinea che gli Stati Uniti prevedono comunque attacchi che prendano di mira siti nucleari, balistici e altri siti militari intorno all’Iran, ma puntano anche a decapitare il governo iraniano, e in particolare la leadership e le capacità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
L’amministrazione Trump ritiene che un raid riuscito contro la leadership di Teheran sarebbe seguito da proteste di piazza nel Paese, che porterebbero al rovesciamento del governo. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «spera in un attacco», afferma l’ex alto funzionario dell’intelligence, «e sta assicurando a Trump che Israele può contribuire a insediare un nuovo governo amico dell’Occidente». Mentre due 007 arabi rivelano a Drop Site di aver ricevuto la notizia che un attacco statunitense potrebbe essere «imminente».
Il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, sostiene da parte sua nel corso di un briefing privato a Washington - secondo quanto riporta Axios - che se il tycoon non darà seguito alle sue minacce contro la Repubblica islamica, il regime finirà per rafforzarsi. Si tratta di un’inversione di rotta rispetto ai discorsi pubblici di Riad che mettevano in guardia contro un'escalation e alla profonda preoccupazione espressa dal principe ereditario Mohammed bin Salman a Trump tre settimane fa. Washington ha inviato un massiccio gruppo d'attacco navale in Medio Oriente, guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, e Trump minaccia di intervenire militarmente dalla sanguinosa repressione da parte delle autorità iraniane delle proteste antigovernative durate due settimane. Il dispiegamento ha sollevato timori di un possibile confronto diretto con l’Iran, pronto a rispondere con attacchi missilistici verso basi, navi e alleati statunitensi, in particolare Israele. Trump è convinto che Teheran cercherà di negoziare un accordo sui programmi nucleari e missilistici piuttosto che affrontare un'azione militare americana.
Tuttavia, in questo ultimo caso, per Washington il percorso è irto di ostacoli, anche se decide di condurre un raid mirato e circoscritto. Potrebbero prendere di mira ciò che resta della leadership iraniana: colpire alti funzionari del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, forse lo stesso ayatollah Ali Khamenei. Ma il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche si è ricostituito rapidamente dopo che la guerra di 12 giorni ne aveva decimato i ranghi. E il futuro dopo Khamenei è tutt'altro che chiaro: è altamente improbabile che all'ottuagenario teocrate succeda un giovane e illuminato democratico. Il regime si compatterà per garantire la propria sopravvivenza e qualsiasi successore della Guida Suprema dovrà dimostrare la propria intransigenza anti-americana per assicurarsi il sostegno della base.