"Ora lavoriamo in squadra anche con i genitori"

Scritto il 08/01/2026
da Marta Bravi

L’infermiere del Niguarda: "Racconti angoscianti, ma ci aiutano gli psicologi"

Sono giornate concitate ed estremamente stressanti quelle che si vivono nella rianimazione di Niguarda. Al momento l'ospedale riferisce «lievi accenni di miglioramento per alcuni degli 11 feriti ricoverati: rimangono critiche le condizioni di 3 pazienti in particolare a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni, che richiedono un'assistenza meccanica alla respirazione». «I cambiamenti sono molto lenti per i pazienti in rianimazione, nonostante siano dei ragazzi molto giovani - spiega un infermiere che lavora in reparto - anche perché la gestione delle criticità non sono solo legate all'ustione ma alla reazione a livello sistemico nell'organismo. Non è soltanto l'inalazione di fumi tossici che porta i pazienti in rianimazione, ma proprio il fatto di essere ustionati provoca su grande scala delle reazioni a livello infiammatorio nell'organismo che hanno bisogno di un trattamento rianimatorio».

Qual è l'aspetto più complicato nel suo lavoro in questi giorni? «Sicuramente la quantità di fattori da tenere a mente - continua -: di norma gestiamo in contemporanea al massimo due pazienti grandi ustionati, nel senso che questi sono casi eccezionali, che hanno un carico, dal punto di vista infermieristico - assistenziale molto elevato, perché le medicazioni, l'attenzione, la cura che dobbiamo avere sono molte. In questo momento la nostra difficoltà è riuscire a tenere a mente tanti fattori su tanti pazienti giovani con le famiglie presenti». Il che significa tenere aggiornati i genitori sul decorso del ricovero, magari dovendo anche dare delle informazioni particolarmente delicate. Il reparto prevede la presenza di una psicologa che si occupa sia pazienti che dei familiari, in questi giorni sta organizzando degli incontri con gli operatori sanitari per fare «debriefing». «Noi siamo una rianimazione che fa dell'accoglienza della famiglia e dei caregiver dei ricoverati un suo punto di forza. Siamo una rianimazione aperta di norma tutto il pomeriggio, così siamo abituati a fare il colloquio con la famiglia in presenza del responsabile del reparto - continua l'infermiere - sicuramente in questo caso, un po' per la risonanza che ha avuto il caso e per il fatto che siano pazienti molto giovani, la situazione è ancora più stressante. Ascoltare i racconti dei genitori di quella notte, della ricerca dei propri figli e della corsa in ospedale è angosciante anche per la concentrazione delle storie».

Dalle testimonianze è emerso come alcuni abbiano trovato i propri figli coscienti fuori dal bar: «Si tratta di un meccanismo tipico della patologia: quando l'ustione è profonda interrompe la sensazione di dolore perché va a intaccare le terminazioni nervose sulla cute. E nonostante si siano respirati fumo e veleni all'inizio si sia coscienti e lucidi per via dei meccanismi di compensazione dell'organismo». Con le famiglie gli infermieri riescono a stringere un rapporto speciale, di intimità e di profonda fiducia: «Grazie al lavoro delle psicologhe - continua l'operatore - l'alleanza con la famiglia si percepisce, anche perché si sono molto affidate all'equipe. Prendersi cura della famiglia e di quello che è il vissuto di una persona fa parte proprio del nostro lavoro».

Che cosa l'ha spinta a scegliere di diventare infermiere? «È stato il senso di gratitudine che vedo nei miei pazienti perché si rendono conto che abbiamo fatto qualcosa per loro. Il primo ingresso in ospedale mi ha subito chiarito questo aspetto: ci sono ricoverati che da soli non riescono a fare certe cose, tipo mangiare, qui arriva l'infermiere: questo è quello che mi ha mosso all'inizio». E la scelta della terapia intensiva? «È una sfida continua, salvare le persone e farle tornare a casa e a una vita il più normale possibile, lavorando in squadra».