Il bimbo soffocato, l’omicidio della madre, lo smembramento. “Ho la coscienza a posto”

Scritto il 08/01/2026
da Angela Leucci

La vicenda giudiziaria di Giulia Stanganini, condannata a 27 anni per l’omicidio del proprio figlio e della propria madre. Quest’ultima è stata depezzata prima che l’imputata si recasse in questura

Una donna si presenta in questura a Genova. Sono i giorni del lockdown: dice di essere andata a trovare la madre, ma questa si era tolta la vita, impiccandosi. A causa dello choc, afferma ancora, l'avrebbe fatta a pezzi, messi in dei sacchetti e chiusi in uno sgabuzzino. Inizia così la storia giudiziaria di Giulia Stanganini, 37enne all'epoca dei fatti, e condannata in tre gradi di giudizio per duplice omicidio. Perché la morte della madre era solo la punta dell'iceberg.

Questa è una vicenda particolare, che in realtà ha inizio con un infanticidio, un tipo di reato che purtroppo continua a comparire nelle cronache.

La parziale confessione in questura

È l'aprile 2020. In tutta Italia il coronavirus miete tantissime vittime: per questa ragione si è tutti confinati in casa, è il lockdown. Anche in una città come Genova si sta attenti al distanziamento sociale, ma ci si può vedere tra congiunti: così, racconta, Giulia Stanganini va a trovare la madre Loredana Stupazzoni nel quartiere Marassi.

Stupazzoni però è morta, si è suicidata, racconta la figlia in questura. Stanganini quindi, in preda al panico e allo choc, ne ha preso il corpo, lo ha smembrato e chiuso le parti in uno sgabuzzino. I poliziotti la ascoltano, ma comprendono che qualcosa non va, e così partono le indagini della squadra mobile di Genova coordinata dai pubblici ministeri Sabrina Monteverde e Stefano Puppo. Ed emerge come non solo Stanganini abbia ucciso la madre, ma precedentemente, a novembre 2019, avrebbe ucciso Adam, il figlio di 3 anni.

Le indagini e i reati

Il bambino era stato ucciso per soffocamento, ma al momento delle indagini la donna avrebbe cercato di far accusare il padre del piccolo e la ex suocera, affermando che Adam fosse morto per choc anafilattico, dopo che papà e nonna gli avrebbero fatto mangiare la pasta col pesto, spiega Il Secolo XIX. Ma sono le ricerche su Internet di Stanganini a portare gli inquirenti sulla pista giusta: l'indagata avrebbe cercato informazioni sulle allergie e le morti da choc anafilattico, ma anche stringhe chiave come "come uccidere un bambino", "asfissia" e "infanticidio".

Il gip Riccardo Ghio ha scritto nella sua relazione: "L'elaborazione, la preparazione e l'esecuzione dell'omicidio sono espressione di una mente assai lucida, capace di misurare gli effetti del proprio operato, di nascondere o cercare di celare le prove a suo carico, di dissimularle attraverso menzogne meditate e, nei casi estremi, opportune amnesie di comodo". Secondo il gip infatti, Stanganini sarebbe stata "inadeguata rispetto ai compiti della maternità" e l'omicidio del bambino sarebbe avvenuto perché non ne sopportava il pianto. Da testimonianze è emerso come Adam venisse nutrito solo con omogeneizzati e dormisse legato al passeggino. Stupazzoni, 63 anni all'epoca dei fatti, avrebbe capito tutto e avrebbe iniziato ad accusare apertamente la figlia: da qui il secondo omicidio.

I processi e le perizie

Alla fine, come si legge su GenovaToday, i reati contestati a Stanganini sono stati duplice omicidio, distruzione e occultamento di cadavere, oltre che maltrattamenti e utilizzo fraudolento del bancomat della madre. Nel corso dei tre gradi di giudizio è stata sottoposta a 6 perizie psichiatriche, anche perché era stata in cura precedentemente, come riporta Fanpage, e quindi l'istituto della perizia era un suo diritto difensivo.

"La perizia psichiatrica - spiega a il Giornale la dottoressa Miolì Chiung, psicoterapeuta esperta in psicologia giuridica e criminologica - può essere disposta quando vi è il dubbio che l'imputato, al momento del fatto, sia affetto da un disturbo mentale che possa aver portato a una parziale o totale incapacità di intendere e di volere. Lo si può dedurre dal comportamento messo in atto durante l'evento delittuoso o successivamente, come comportamenti manifestamente incongrui, incomprensibili, atteggiamenti non corrispondenti allo stato d'animo che ci si aspetterebbe dalla situazione, dichiarazioni dell'imputato, oppure situazioni, comportamenti messi in atto precedentemente o successivamente al reato. Va però sfatato un mito. Il disturbo psichiatrico non necessariamente equivale a una pericolosità sociale: tutto dipende dal tipo di problematicità, e anche se c'è stata una diagnosi precedente non è detto che un paziente non sia ben compensato e seguito in maniera corretta, tale da non costituire un pericolo per sé e per gli altri".

Durante un'udienza del processo di primo grado, Stanganini ha affermato, come riporta Repubblica: "Mi avete preso per un serial killer, per un mostro. Ma io ho la coscienza a posto. E sono innocente". Riguardo al figlio, aveva rivelato a una compagna di cella: "Non volevo facesse una vita di m... come me". Ma ha anche detto successivamente, riferendosi al depezzamento della madre: "Ero come indemoniata, come se fossi stata in due persone. Sono andata nel panico totale, non so spiegare perché l'ho fatto. Me lo chiedo ancora oggi e so che ho bisogno di supporto. Io non volevo far sparire niente, non so perché ho fatto quel lavoro lì".

In primo grado è stata condannata all'ergastolo, tanto più che per il gip "Giulia Stanganini appare sinceramente affezionata al figlio ma profondamente immatura, incapace di condurre una vita consona alla gestione del figlio". Alla fine del primo grado, la sua legale Chiara Mariani ha annunciato il ricorso in appello immediatamente dopo la sentenza: "Ce lo aspettavamo, ma riteniamo la sentenza estremamente ingiusta. Aspettiamo le motivazioni per fare appello. Non capiamo però perché il giudice abbia tenuto fuori le parti civili e abbia letto la sentenza in maniera da non farsi capire dalla mia assistita che ha problemi uditivi. Aspettiamo con ansia le motivazioni anche perché il giudice ha dato più di quanto chiesto dalla procura".

In secondo grado sono cambiate un po' di cose, come si legge su Today: all'imputata è stato diagnosticato un disturbo di personalità schizotipico, oltre a un lieve deficit mentale, tanto da spingere Mariani a chiedere l'assoluzione per infermità mentale. "È un disturbo di personalità che fa capo allo spettro schizofrenico - chiarisce Chiung - Però non va confuso con la schizofrenia. Ci sono alcune caratteristiche e sintomi che presenta il paziente con questo tipo di diagnosi: ad esempio un pensiero eccentrico, pensiero magico, condizioni bizzarre, percezioni insolite che si avvicinano ad allucinazioni e che ritroviamo nella schizofrenia, ma che solitamente non sono strutturate. È per questo che c'è una differenza tra la diagnosi di disturbo schizotipico e la schizofrenia. Tra le altre caratteristiche troviamo sospetto, ritiro sociale, difficoltà di relazionarsi, quindi mantenere una relazione stabile e pervasiva, adeguata per un periodo di tempo sufficiente e lungo, un'affettività molto piatta, quindi spesso e volentieri poco empatica. Dal punto di vista sociale non c'è una mancanza di lucidità, ma un approccio poco aderente alla realtà: chi ha questo disturbo fatica a dividere quello che è la realtà del fatto oggettivo e la percezione che invece lui o lei ha del fatto. E quindi nel momento in cui c'è la necessità di esprimere un giudizio, esprimere un pensiero critico, soprattutto in situazioni in cui non riesce a reggere l'aspetto emotivo, può essere profondamente distorto".

Tuttavia Stanganini è stata riconosciuta seminferma di mente solo durante lo smembramento di Stupazzoni: per questa ragione è stata condannata in secondo grado a 27 anni, sentenza poi confermata in Cassazione nel 2024. "Per la giurisprudenza i due fatti non sono collegati", conclude Chiung in merito alla discrepanza sulla seminfermità tra omicidi e depezzamento.

Ma si può fare qualcosa per prevenire gli infanticidi? "Esistono strutture e situazioni che supportano la genitorialità: i servizi di salute mentale, il consultorio familiare, i servizi sociali, i percorsi con le ginecologhe del consultorio, le ostetriche del consultorio come primo accesso subito dopo la nascita di un bambino, e così via - spiega ancora a Il Giornale la dottoressa Chiung - Si tratta però di strutture sovraccariche, il cui supporto non può essere molto lungo e continuativo. Le richieste di aiuto possono arrivare, ma a volte la madre, pur rendendosi conto di aver bisogno di aiuto, per senso di colpa e stereotipi culturali, tende a non chiederlo. In secondo luogo, altre volte, i familiari pensano di potersela cavare da soli o negano il problema, attribuendo una colpa alla mamma. La normalizzazione della sofferenza di una madre non aiuta nella prevenzione. Inoltre anche i servizi sono molto frammentati e a volte spaventa la segnalazione al servizio sociale, che purtroppo finisce per giungere quando la situazione è già gravissima".