Fa 4 anni di chemio, ma il tumore non c'era: l’Aoup di Pisa dovrà versare quasi 300 mila euro

Scritto il 08/01/2026
da Roberta Damiata

La paziente si era sottoposta per anni a chemioterapia, cortisone e steroidi inutili, fino a quando una biopsia successiva ha escluso la presenza del tumore

La Corte d’Appello di Firenze, come riportato da Il Tirreno, ha confermato e aumentato il risarcimento a favore di una donna di 47 anni, vittima di una diagnosi sbagliata. L’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup) è stata condannata a versarle oltre 470 mila euro, cifra superiore ai 295 mila euro decisi in primo grado dal Tribunale di Pisa. La paziente, convinta di avere un tumore all’intestino, ha affrontato anni di chemioterapia, cortisone e steroidi, senza alcuna reale necessità.

La diagnosi mai confermata

Tutto ha avuto inizio nel 2006, quando la donna si è recata all’ospedale di Volterra (Pisa) per un intervento ortopedico. Gli esami di preospedalizzazione avevano evidenziato una difformità nella conta dei globuli bianchi, e l’operazione era stata rinviata. I referti erano poi stati inviati all’Aoup, dove, dopo una biopsia midollare e intestinale, le era stato diagnosticato un linfoma non Hodgkin indolente, tipo Malt, localizzato prevalentemente nell’intestino. Da gennaio 2007 a maggio 2011, la paziente si era sottoposta a ripetuti cicli di terapie aggressive, fino a quando una nuova biopsia effettuata a Genova ha dimostrato che il tumore non era mai esistito.

La battaglia legale

Dopo un tentativo di conciliazione fallito, la donna ha deciso di portare il caso davanti al giudice civile di Pisa. L’Aoup si è difesa sostenendo che si trattasse di un quadro clinico complesso e difficile da diagnosticare, rivendicando la correttezza delle terapie praticate. Tuttavia, la consulenza tecnica del tribunale ha chiarito che non vi era alcuna necessità di sottoporre la paziente a quei trattamenti, poiché i sospetti di linfoma non erano supportati né dai risultati degli esami né dai sintomi lamentati.

La sentenza in Appello

Alla luce dei fatti, la Corte d’Appello di Firenze ha aumentato l’invalidità permanente dal 40% al 60% rispetto alla decisione di primo grado e ha riconosciuto la cosiddetta “personalizzazione del danno”. Questo perché la vita della donna è stata profondamente stravolta, non solo sul piano psicologico, ma anche nella quotidianità. La paziente, avendo lavorato come assicuratrice, ha dovuto ridurre l’attività professionale, e la patente le è stata ritirata, giudicata non più idonea alla guida. Anni di ansia, sofferenza e trattamenti invasivi hanno segnato non solo la salute fisica, ma anche l’equilibrio emotivo e hanno limitato l’autonomia riducendo l’impegno nella carriera professionale.