Gentile direttore Feltri,
leggo dell'omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, 34 anni, ucciso a coltellate a Bologna. L'assassino, Marin Jelenic, 36 anni, croato, senza fissa dimora, irregolare, con precedenti per porto d'armi da taglio e comportamenti violenti, era già stato fermato e identificato poco prima per aggressioni e molestie ai passeggeri su un treno. Eppure è stato lasciato andare. Com'è possibile che un individuo del genere, già noto e già pericoloso, sia stato libero di tornare in strada e ammazzare? A cosa serve fermare e identificare, se poi si rilascia? Chi risponde di questi buchi? E soprattutto: come si risolve questa situazione che pare ormai quotidiana?
Sandro Micheli
Caro Sandro,
poni la domanda più semplice e più terribile: com'è possibile? E ti rispondo con la stessa semplicità: è possibile perché lo Stato, davanti a certe dinamiche, non è uno Stato, è un ufficio che timbra carte. E quando uno Stato si riduce a timbrare carte, qualcuno muore. Stavolta è morto un capotreno, un lavoratore, un ragazzo di 34 anni, uno che faceva semplicemente il suo mestiere. La storia è agghiacciante proprio perché non è un fulmine a ciel sereno. L'uomo era già stato segnalato per comportamenti violenti e molesti sul treno. Era stato fatto scendere, identificato, controllato. Si sapeva che era irregolare. Si sapeva che era aggressivo. E si sapeva anche che aveva precedenti, e non per reatini da chierichetto: porto d'armi da taglio, condotte violente. E allora ci domandiamo tutti: che cosa doveva ancora fare, prima che lo trattenessero? Doveva lasciare un biglietto con scritto «tra mezz'ora ammazzo qualcuno» affinché la macchina burocratica si decidesse a muoversi? Qui non serve Freud, non serve nemmeno un Nobel per la fisica quantistica. Serve la logica elementare: se un soggetto è irregolare, aggressivo e armato (o abituato ad armarsi), è una mina vagante. E una mina vagante, prima o poi, esplode. E non mi si venga a dire: «Ma gli hanno sequestrato il coltello». Benissimo. E poi? Un coltello se lo ricompra al supermercato, o se lo procura in due minuti. Le armi da taglio non sono materia esoterica, sono oggetti comuni. Se il punto fosse soltanto «tolgo il coltello», allora avremmo risolto la criminalità con una perquisizione e una pacca sulla spalla. Il punto è un altro: l'individuo. La pericolosità. La condotta. Il fatto che è irregolare e violento. Tu chiedi giustamente: di chi è la colpa? Ti dirò una cosa che qualcuno non vuole sentirsi dire: spesso non è colpa dell'agente che ferma. Il poliziotto può identificare, accompagnare, verbalizzare, segnalare. Ma poi entra in scena quel mostro molle e irresponsabile che è il sistema: rimpalli, procedure, tempi, note, moduli, convalide, competenze, uffici. E mentre la carta viaggia, il violento cammina. E mentre la carta aspetta la firma, il violento colpisce. E mentre qualcuno afferma «non è ancora partita la nota di ricerca», un uomo viene ammazzato a coltellate.
Capisci l'orrore? Capisci la disumanità? Abbiamo trasformato la sicurezza pubblica in un gioco dell'oca. «Torna indietro di tre caselle, attendi il timbro, ripassa domani». Nel frattempo, però, noi non siamo pedine. Siamo corpi. E i corpi sanguinano. E muoiono.
Ora, la soluzione. Come possiamo risolvere? Io non ho dubbi: esiste un'unica soluzione seria, ed è quella che uno Stato normale applica senza tremare. Quando si ferma un individuo clandestino che si dimostra aggressivo, soprattutto se ha precedenti per armi e violenza, non lo si rimette in libertà. Punto. Lo si trattiene. Lo si porta in un Centro per il rimpatrio. Si avviano immediatamente le procedure. E si rimpatria. Fine. Perché qui non stiamo parlando del turista che ha dimenticato un documento. Stiamo parlando del soggetto che aggredisce e intimorisce la gente, che è già noto, che vive ai margini e che considera le regole un dettaglio. Uno così non deve stare a piede libero sperando che si ravveda. Non si ravvede. Continua. E lo ripeto: non serve un genio per capirlo.
Si obietterà: Eh, ma i diritti. Benissimo: i diritti valgono per tutti. Ma prima vengono i diritti fondamentali dei cittadini che prendono un treno, lavorano in stazione, mandano i figli a scuola, camminano per strada. Il primo diritto è vivere. E se lo Stato non garantisce questo, allora non è più Stato: è una narrazione, un comunicato stampa, un'illusione. E poi si obietterà ancora: Eh, ma non possiamo. È una bugia. Possiamo eccome. Se non possiamo, allora cambiamo ciò che impedisce di poterlo fare. Perché se la legge, o l'interpretazione della legge, o la prassi, o il cortocircuito tra uffici e magistratura crea un buco in cui i violenti passano, quel buco va chiuso. Subito. Con la forza politica necessaria. Senza paura di essere insultati. Perché l'insulto di chi urla «razzista» dura cinque minuti. Un morto dura per sempre. Intanto il copione si ripete. Accoltellamenti, aggressioni, rapine, sfregi. Ogni volta la stessa musica: fermato, identificato, rilasciato. E poi: «Non si poteva prevedere». Corbellerie. Si poteva prevedere benissimo. Si poteva impedire. Non lo si è fatto. E questo pesa come piombo. Quindi sì, caro Sandro: CPR immediato per gli irregolari violenti, rimpatrio rapido, e una revisione delle maglie procedural-giudiziarie che oggi consentono l'assurdo, ossia che uno venga fermato perché pericoloso e poi liberato perché «manca una nota». La sicurezza non può dipendere da una nota. La vita di un capotreno non può dipendere da un modulo. Alessandro Ambrosio è morto perché qualcuno ha preferito la burocrazia alla logica, la prudenza politica alla fermezza, la carta alla realtà. E finché non avremo il coraggio di dichiararlo e di cambiare, ne moriranno altri di noi.
