Hanno impiegato 11 anni a dare torto per l’ultima volta a Silvio Berlusconi. Nel frattempo il fondatore della Fininvest è morto e non può nemmeno arrabbiarsi per le singolari motivazioni con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha spiegato questa mattina la decisione che rigetta per intero il ricorso presentato nel 2014 dalla Fininvest contro le sentenze italiane che condannavano l’azienda ha un mega risarcimento a favore di Carlo De Benedetti e della sua Cir. Già in passato la corte di Strasburgo si era fatta notare per i tempi singolarmente lunghi delle sue decisioni nelle vicende italiane che riguardavano il Cavaliere ma questa volta il record è stato battuto.
Nei suoi ricorsi alla Corte europea, l’azienda del Biscione lamentava una lunga serie di violazioni compiute dalla giustizia italiana per arrivare alla condanna che, assunta in primo grado dal giudice milanese Leonardo Maisano e confermata con alcune variazioni nei successivi gradi di giudizio, infliggeva a suo carico il pesante risarcimento.
Tutto, come noto, nasce dalle indagini che la Procura di Milano condusse a partire dalla metà degli anni 90 sulle presunte corruzioni dei giudici della magistratura romana, compresi quelli che avevano spianato la strada al controllo della casa editrice Mondadori da parte del gruppo di Berlusconi. Per quella vicenda Berlusconi è stato assolto in via definitiva dall’accusa di corruzione in atti giudiziari, ma questo non ha impedito che nella causa civile De Benedetti chiedesse e ottenesse il mega risarcimento. Per i giudici di Strasburgo il fatto che Berlusconi fosse stato assolto è praticamente irrilevante.
Ma la motivazione più singolare è quella su uno dei punti centrali dell’impugnazione presentata dalla Fininvest, che contesta l’ammontare del risarcimento disposto dalla corte di Cassazione a favore di Debenedetti per i giudici comunitari: per i giudici europei non si può capire se l’entità disposta dalla cassazione è ragionevolmente determinata per il semplice motivo che la cassazione non ha motivato in nulla il suo ragionamento. Solo la giudice polacca Anna Adamska-Gallant si è dissociata in parte dalla sentenza di oggi, sottoscritta per l’Italia dal magistrato Raffaele Sabato.
