Pahlavi avverte i pasdaran: "Trump e il mondo vi osservano". Presto l'incontro a Mar-a-Lago

Scritto il 08/01/2026
da Francesca Salvatore

Tra appelli social, proteste di piazza e segnali da Washington, il principe in esilio tenta di accreditarsi come volto politico dell’alternativa al regime degli ayatollah

Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià dell'Iran, è atteso a Mar-a-Lago martedì prossimo. per intervenire al Jerusalem Prayer Breakfast. Ad annunciarlo, su X, è l'influencer americana Laura Loomer. Un incontro con il presidente americano Donald Trump non è ancora fissato, ma la notizia, se confermata, rafforzerebbe le ambizioni dello stesso erede della monarchia iraniana di proporsi come leader delle proteste che da tredici giorni scuotono l'Iran.

Alla dimensione diplomatica e alle manovre simboliche che si muovono attorno a Pahlavi si affianca ormai in modo strutturale un’intensa offensiva comunicativa sui social media, in particolare su Instagram, piattaforma ampiamente utilizzata anche all’interno dell’Iran nonostante le restrizioni e i blackout imposti dalle autorità.

Negli ultimi giorni, e con crescente frequenza, Pahlavi ha utilizzato il proprio profilo per rivolgersi direttamente alla popolazione iraniana, aggirando i canali ufficiali e parlando un linguaggio pensato per le piazze più che per le cancellerie. Nei suoi appelli invita apertamente alla mobilitazione nazionale, sottolineando la necessità di proteste simultanee, pacifiche e coordinate in tutte le principali città del Paese. "Questo è il vostro momento", ripete in diversi messaggi, insistendo sull’idea che la continuità delle manifestazioni sia la chiave per mettere definitivamente in crisi il sistema di potere degli ayatollah.

Un elemento ricorrente dei suoi interventi su Instagram è il richiamo all’attenzione internazionale. Pahlavi ribadisce che le proteste non sono più un affare interno e che “il mondo sta guardando”, facendo esplicito riferimento agli Stati Uniti e al presidente Donald Trump. In uno dei messaggi più condivisi, ha affermato che la pressione della piazza iraniana può diventare decisiva proprio perché amplificata dai media globali e dalla politica americana, trasformando la protesta in un fattore geopolitico.

Questa strategia digitale si inserisce nel quadro più ampio delineatosi nei mesi scorsi, quando l’ipotesi di un regime change aveva iniziato a emergere come possibilità concreta. Allora, la retorica trumpiana del “MIGA” e l’annuncio di un cessate-il-fuoco tripartito avevano contribuito a spostare il dibattito dall’analisi astratta a uno scenario potenzialmente operativo. Oggi, gli appelli social di Pahlavi sembrano funzionare come il complemento interno di quella pressione esterna: una chiamata all’azione rivolta direttamente ai cittadini iraniani, costruita per sostenere la continuità della rivolta.

Secondo diversi osservatori, l’uso sistematico di Instagram non è casuale. È uno strumento che consente a Pahlavi di presentarsi non come un leader distante in esilio, ma come una presenza quotidiana, quasi familiare, capace di parlare il linguaggio delle nuove generazioni che animano le proteste. Video brevi, toni emotivi e riferimenti espliciti all’unità nazionale mirano a consolidare la sua immagine come possibile figura di transizione nel “dopo-regime”.