Minneapolis resta in stato di forte tensione anche oggi, all’indomani della sparatoria in cui una donna di 37 anni, Renee Nicole Macklin Good, è stata uccisa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement durante una delle più vaste operazioni federali sull’immigrazione lanciate dall’amministrazione Trump. Le autorità statali hanno invitato la popolazione alla calma, mentre diverse scuole hanno cancellato lezioni e attività come misura precauzionale per la sicurezza. Good si era descritta sui social come una "poetessa, scrittrice, moglie e mamma" ed era originaria del Colorado.
L’episodio è avvenuto ieri mattina in un quartiere residenziale a sud del centro di Minneapolis ed è stato ripreso da numerosi testimoni. I video mostrano un agente avvicinarsi a un SUV fermo di traverso sulla carreggiata, intimando alla conducente di aprire la portiera e afferrandone la maniglia. Il veicolo, un Honda Pilot, inizia quindi a muoversi in avanti; un secondo agente, posizionato davanti all’auto, estrae l’arma e spara almeno due colpi a distanza ravvicinata, arretrando mentre il mezzo avanza. Non è chiaro dalle immagini se il veicolo abbia effettivamente colpito l’agente. Dopo gli spari, il’SUV accelera e va a urtare due auto parcheggiate sul bordo della strada prima di arrestarsi. In una registrazione successiva si vede un passante, presentatosi come un medico, chiedere agli agenti di poter almeno controllare il battito della donna accasciata sul volante, per poi venire respinto.
L’omicidio è avvenuto a pochi isolati dal luogo in cui cinque anni fa George Floyd fu ucciso da un poliziotto. L'ex marito di Good, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha riferito che la donna aveva appena accompagnato il figlio a scuola quando ha incontrato un gruppo di agenti in strada, intervenuti per una protesta spontanea, a cui la donna però non stava prendendo parte.
La reazione politica è stata immediata. Funzionari statali e locali hanno chiesto che l'ICE lasci il Minnesota, mentre la segretaria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem, ha dichiarato che gli agenti “non se ne andranno”. Noem ha definito l’accaduto un “atto di terrorismo domestico” contro gli ufficiali federali, sostenendo che la donna avrebbe tentato di investirli e che l’agente ha agito in modo difensivo per proteggere sé stesso e le persone intorno. Ha inoltre affermato che l’ufficiale ha seguito l’addestramento ricevuto e che l’FBI condurrà un’indagine. La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, sostiene che la sparatoria è avvenuta dopo che dei "rivoltosi" avrebbero ostacolato gli agenti e che la donna avrebbe provato a investire le forze dell’ordine. Il presidente Trump ha, poi, accusato la sinistra radicale di ostacolare e minacciare il lavoro degli agenti.
Il Dipartimento della Sicurezza Interna ha confermato di aver dispiegato oltre 2.000 agenti nell’area, definendo l’operazione la più grande mai realizzata sul fronte dell’enforcement migratorio, e ha reso noto che più di 1.500 persone sono state arrestate nei primi giorni dell’intervento. Una lettura completamente opposta è arrivata dalle autorità cittadine. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito la versione fornita a livello federale “spazzatura”, affermando che i video non supportano l’ipotesi di legittima difesa. Frey ha criticato duramente il massiccio dispiegamento federale e ha ribadito che gli agenti dovrebbero lasciare la città.
Mercoledì sera centinaia di persone si sono riunite per una veglia in memoria della vittima, invitando la popolazione a opporsi alle operazioni di controllo sull’immigrazione. Successivamente alcuni manifestanti hanno marciato per la città scandendo slogan, senza che si registrassero episodi di violenza. Una folla di manifestanti si è mobilitata dopo la morte di Good, trasformandola in un simbolo della protesta contro la campagna di Trump. Le manifestazioni si sono rapidamente estese a diverse città statunitensi, tra cui Chicago, New York, Detroit e San Francisco. A Detroit, i cittadini hanno protestato davanti alla sede dell’ICE, denunciando presunti abusi di potere e chiedendo alle autorità locali di opporsi con decisione all’operato dell’agenzia nei quartieri cittadini.
L’area delle Twin Cities vive giorni di forte apprensione sin da quando il DHS ha annunciato l’avvio dell’operazione, percepita da molti come mirata in particolare a comunità di origine somala. Scene di protesta con cori come “ICE out of Minnesota” e l’uso di fischietti, diventati simbolo delle manifestazioni contro i blitz federali, hanno richiamato alla memoria precedenti campagne di repressione migratoria in altre grandi città statunitensi.
