L’Iran spegne internet e prepara la repressione: ma così il regime accelera solo la propria fine

Scritto il 08/01/2026
da Vittorio Macioce

Al decimo giorno di proteste il regime iraniano spegne la rete e alza il livello della repressione. Ma la rivolta si estende alle province, coinvolge donne e bazar e trasforma una crisi sociale in una sfida di legittimità al potere

Il decimo giorno di proteste in Iran non è il giorno dopo il nono. È un altro tempo. È il momento in cui il regime smette di contare i giorni e comincia a spegnere le luci. Prima le strade, poi le parole, infine la rete. Quando internet cade in Iran non è un incidente tecnico, è una dichiarazione politica. È lo Stato che ammette di non riuscire più a governare il racconto di sé stesso.

Le proteste erano partite come sempre, con una scusa economica che non era una scusa. Il rial che crolla, i prezzi che salgono, il pane che diventa un lusso. Ma al decimo giorno nessuno parla più di inflazione. Si parla di fine. Le scritte sui muri non chiedono riforme, invocano la sepoltura dei mullah. È una lingua nuova, definitiva, che non concede margini di mediazione. Non è rabbia improvvisa, è memoria accumulata.

La mappa della rivolta dice più delle dichiarazioni ufficiali. Teheran, certo. Shiraz, ovvio. Ma poi Borujerd, Arsanjan, Gilan-e Gharb. Province interne, città medie, luoghi che per anni erano stati raccontati come il ventre sicuro della Repubblica islamica. Qui il regime non doveva convincere, doveva solo amministrare. Oggi qui brucia la protesta. Quando una rivolta arriva in periferia non è più un problema di ordine pubblico, è una crisi di sistema. C’è un dettaglio che rende questo passaggio storico irreversibile. A guidare la protesta sono coloro che nel 1979 avevano creduto nella rivoluzione. Le donne e i mercanti. Le donne che avevano visto in Khomeini una promessa di giustizia e di dignità, e hanno ricevuto in cambio il velo obbligatorio, la segregazione, l’umiliazione quotidiana. Oggi sono loro a stare davanti, a sfidare la polizia morale, a occupare lo spazio pubblico con il corpo prima ancora che con le parole. Non chiedono diritti: reclamano la restituzione di una vita confiscata. E poi i mercanti del bazar. Il patto originario della Repubblica islamica passava da lì. Clero e commercio, ideologia e denaro, moschea e bottega. Quel patto è stato tradito. Il bazar è stato svuotato, schiacciato da conglomerati para-statali, dai Pasdaran, dalle fondazioni religiose trasformate in holding opache. Quando i negozi chiudono non è solo sciopero economico. È una scomunica politica. È la base storica del regime che ritira il consenso.

La risposta del potere non cambia. Cambia solo l’intensità. I Basij scendono in strada, le forze di sicurezza sparano, arrestano, entrano negli ospedali a prendere i feriti. Decine di morti, migliaia di detenuti. E poi, come sempre, il buio. NetBlocks segnala il blackout della rete. Internet rallenta, poi scompare. WhatsApp e Instagram già conoscevano il blocco. Ora è l’intero Paese che viene isolato.

Spegnere internet è l’atto finale di una paura antica. Il regime iraniano ha imparato presto che il vero nemico non è la folla, ma la testimonianza. Nel 2019 il blackout servì a reprimere senza immagini. Nel 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, il controllo digitale tentò di fermare l’onda femminile. Oggi il blackout arriva perché la protesta non può più essere raccontata come devianza marginale. È troppo diffusa, troppo sociale, troppo trasversale. Nel frattempo, la retorica si irrigidisce. Il capo della magistratura accusa i manifestanti di essere agenti degli Stati Uniti e di Israele. È il riflesso ideologico automatico di un potere che non riconosce conflitti interni, solo complotti esterni. Ogni fame diventa tradimento, ogni rabbia diventa guerra. Le parole si fanno minaccia perché la politica non esiste più.

Il contesto internazionale rende tutto più instabile. Donald Trump promette interventi se il regime continuerà a uccidere manifestanti pacifici. Netanyahu parla apertamente di un popolo pronto a prendere il proprio destino nelle mani. L’esercito iraniano risponde con toni da mobilitazione permanente. È una partita pericolosa, perché trasforma una rivolta sociale in un nodo geopolitico. Ed è esattamente ciò che il regime usa per legittimare la repressione. Ma dentro il blackout qualcosa continua a muoversi. La diaspora iraniana è ormai una presenza strutturale. Milioni di persone connesse, istruite, politicamente attive. Ogni video che sfugge alla censura diventa una prova. Ogni immagine è una crepa. Il regime può spegnere la rete interna, ma non può più isolare l’Iran dal mondo come negli anni Ottanta.

Intanto il governo prova a comprare tempo. Sussidi ridicoli, pochi dollari al mese per calmierare il prezzo di riso e pasta. È un gesto che suona come un insulto. Non è più una crisi economica, è una crisi di legittimità. Il regime non convince, non cooptano, non governa. Reprime. E la repressione è diventata la sua unica lingua. Al decimo giorno di proteste, l’Iran non è sull’orlo del collasso, ma dentro una trasformazione irreversibile. Donne e mercanti, le stesse mani che nel 1979 avevano sollevato la rivoluzione, oggi la stanno disfacendo pezzo per pezzo. Il blackout non spegne la protesta. La certifica. Quando uno Stato spegne la luce, lo fa sempre per nascondere qualcosa che non riesce più a controllare.