Prima della Banda della Magliana, della famiglia Casamonica, delle cosche calabresi. Prima di tutti loro a Roma c'è stata una gang che per un breve periodo ha dettato legge e ha rivoluzionato la criminalità della Capitale. Era il Clan dei Marsigliesi, un'organizzazione che a metà degli anni Settanta ha spadroneggiato e seminato il terrore in una città che fino ad allora aveva sempre conosciuto una delinquenza casereccia e arruffona, mini bande di borgata dedite più che altro a furti, usura, estorsioni, prostituzione. Gente senza grande spessore criminale, che al mitra preferiva il coltello.
Loro, i marsigliesi, erano di tutt'altra pasta. Giovani, coraggiosi, spietati. Ma anche eleganti, sbruffoni, amanti del lusso. Per colpa loro Roma fece conoscenza con le rapine violente, il traffico di eroina e i sequestri di persona e dal quel momento nulla è stato più come prima. Cinquant'anni dopo, l'epopea tragica del Clan dei Marsigliesi torna alla ribalta con un romanzo noir di Massimo Lugli, La gang delle tre B (Newton Compton, pagg. 288, 12,90 euro), dove le tre B sono le iniziali dei cognomi dei personaggi di fantasia che compaiono nel libro (Jean Burattier, Paul Battiglieri e Matteo Bernardini, da pronunciare rigorosamente con l'accento sulla i finale). Ma erano anche le iniziali dei veri capi dei marsigliesi: Albert Bergamelli, Jacques Berenguer e Maffeo Lino Bellicini, nato a Brescia ma cresciuto nel sud della Francia.
L'intero romanzo è infatti giocato sul rimando a fatti e personaggi reali visti con gli occhi di due underdog di borgata, i fratelli Aldo e Gianni Salustri, figure minori del milieu romano anarchico e straccione, a metà strada tra i film neorealisti di Pasolini e i poliziotteschi di quel periodo, tipo Roma a mano armata. I due fratelli, soprannominati Paperino e Topolino, cercano di restare a galla nel mondo antico dei barabba alla vaccinara dove il crimine è ancora una piccola impresa artigiana e non un delitto su scala industriale. Paperino, più grande di dieci anni, prova a educare il fratellino ai furti d'auto facendo attenzione che non si vada a ficcare in guai più grossi.
Ma quando arrivano i marsigliesi con i mitra, le auto di grossa cilindrata, i soldi facili e i metodi da gangster, per la delinquenza borgatara il destino è già segnato: «Gente dura, i francesi. Se la sono vista coi sindacati corrotti dei portuali di Marsiglia, la mafia corsa, le gang di pied noir, la polizia più criminale dei criminali, i massoni, i neonazisti. Una malavita diversissima da quella romana, dove ognuno si fa i cazzi suoi e cerca di coltivarsi l'orticello privato. Questi sono un'altra cosa: chi non è con noi è contro di noi, vivere in fretta, morire giovani e avere un bel cadavere».
Nel romanzo di Lugli, il cambio di passo avviene quando i marsigliesi decidono di prendersi Roma, con o senza l'aiuto della vecchia malavita di Testaccio e Trastevere. Un paio di piccoli boss rionali pagano con la vita il rifiuto ad allearsi ai francesi, gli altri si accodano per paura o ambizione e si accontentano di fare da manodopera alla gang delle tre B. Ma Roma non è Marsiglia e nemmeno Milano, dove pochi anni prima i banditi transalpini avevano messo a segno una rapina storica: «Un'azione di guerra in pieno centro, roba mai vista, con un commando di sette uomini, raffiche di mitra, colpi di pistola, gli operai di un cantiere che hanno scagliato mattoni contro i banditi, sparatoria coi poliziotti e la fuga con l'incredibile bottino di 350 milioni. L'intero Paese sotto shock, titoli sui giornali che evocavano la Chicago anni Trenta, polemiche sulla sicurezza». A Roma ci vuol poco a mettersi nei guai. Specie se una rapina alle Poste si conclude con l'omicidio di un poliziotto, se il sequestro della figlia di un ricco commerciante finisce con l'arresto di un carceriere poco accorto, se la mafia siciliana fa venir meno il suo appoggio. E se qualcuno parla. Il crollo dei nuovi padroni della Capitale è repentino, immediato. E con loro cadono gli ingenui che avevano sognato troppo in grande, come il povero Topolino. Anche in questo caso l'autore gioca con i nomi ma cita episodi veri, come il sanguinoso colpo all'ufficio postale di piazza dei Caprettari e i rapimenti di Gianni Bulgari, erede di una delle più famose gioiellerie del mondo, del figlio del finanziere Umberto Ortolani, del re del caffè Alfredo Danesi.
La folle stagione romana della gang delle tre B dura più o meno tre anni. Bergamelli viene arrestato il 29 marzo del 1976 e Bellicini cinque mesi più tardi, mentre Berenguer è costretto a fuggire a New York, dove finirà in manette nel 1980. L'esempio marsigliese, tuttavia, ha fatto scuola e quando tramonta il mito dei banditi francesi all'orizzonte già si intravede chi è pronto a raccoglierne il testimone: «Da chi credi abbia imparato la Banda della Magliana?», spiega nel romanzo il vecchio cronista Ugo Mannoni a un giovane collega. «Qualcuno aveva lavorato per i marsigliesi con ruoli secondari, molti altri ne erano semplicemente affascinati e hanno cercato di riproporre lo stesso modello in salsa romana».
